Selfie. I rischi della ricerca dello scatto perfetto

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Chi di voi non si è mai immortalato facendo un selfie da solo o con gli amici? Per chi ancora non lo sapesse, si tratta di puntare l’obiettivo della fotocamera verso di noi e… scattare! Molto probabilmente, con un sottile piacere misto di narcisismo e vanità, tutti noi ci siamo fotografati davanti a uno specchio o a uno schermo di un cellulare. I più esperti e “professionali” magari anche con l’apposita asta allungabile. Una moda che non risparmia nessuno, dai teenager alle persone più “mature”, dai politici ai medici, fino al Papa.

Non a caso, secondo uno studio del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), l’Italia è al secondo posto nella classifica dei Paesi in cui si fanno più autoritratti digitali per poi condividerli sui social network. Ma cosa spinge le persone a farsi un selfie e poi postarlo? «Sicuramente comprenderne le motivazioni non è facile, vista la complessità della natura umana e dei fenomeni generati nel contesto sociale. Diversi studi di psicologia hanno provato a dare una spiegazione al fenomeno, arrivando a conclusioni molto differenti, tuttavia esistono alcuni aspetti della personalità che potrebbero essere associati alla passione per i selfie» osserva la dottoressa Eleonora Castelli, psicologa.

Quali sono, dottoressa Castelli, questi aspetti della personalità che rendono più inclini a farsi selfie? Esibizionismo? Narcisismo?
Secondo alcune ricerche le persone che si fanno selfie appaiono estroverse, ovvero più socievoli ed entusiaste, caratterizzate da elevate capacità sociali e di autocontrollo, con la tendenza a pianificare le proprie azioni piuttosto che ad agire di impulso. Inoltre, l’estroversione si associa a un maggior utilizzo dei selfie per mostrare agli altri “come ci si sente”, mentre la coscienziosità permette di non essere particolarmente interessati ai commenti degli altri ai propri scatti, positivi o negativi che siano. In alcuni casi, però, la ripetitività di questo gesto può accentuare tratti narcisistici, poiché favorisce una forte autocentratura, simile a quella sviluppata nel disturbo narcisistico di personalità (disturbo della personalità caratterizzato da bisogno di ammirazione eccessiva e mancanza di empatia verso gli altri, che si accompagna a un senso di superiorità). Il legame appare evidente: la possibilità di pubblicare a getto continuo foto di sé valutabili positivamente, fomenta aspetti narcisistici permettendo di ottenere quella “notorietà”, quell’esposizione mediatica e quella raccolta di ammirazione e approvazione, che rappresentano per taluni individui rassicurazione e gratificazione.

Eccesso di narcisismo a parte, quali altri pericoli possono nascondersi dietro a un eccesso di selfie?
Scattare frequentemente fotografie di sé spinge a un confronto costante con la propria immagine, che in alcuni soggetti potrebbe trasformarsi in una vera distorsione della percezione corporea o provocare ansia e depressione. Inoltre, il tratto del neuroticismo o instabilità emotiva, tipico di persone che tendono a provare emozioni negative, come rabbia e tristezza, mediato attraverso i social media, si associa significativamente all’essere particolarmente preoccupati dalla possibilità di ricevere commenti negativi, originando spesso frustrazione.

Ma quando da semplice “divertimento” può diventare preoccupante?
Avere un profilo su un social e postarvi qualche foto piuttosto che una frase non è sintomo di “sindrome da selfie”. Se però al contrario il primo pensiero in un momento piacevole diventa farsi una foto da postare immediatamente, allora qualche dubbio dovrebbe venire.

Come dicono J-Ax e Fedez nella canzone “Vorrei ma non posto” ("ogni ricordo è più importante condividerlo che viverlo") non c’è il pericolo di perdersi la vita vera in questa ricerca del selfie perfetto?
Sì, in effetti il pericolo c’è. I selfie svolgono una funzione di mediazione sociale nella nostra quotidianità, dando la possibilità di condividere gli autoscatti in tempo reale, identificando luoghi e amici con cui ci si trova. Sembra che condividere contenuti assuma un ruolo centrale rispetto all’esperienza stessa che si sta vivendo, dalla passeggiata alla gita fuori porta, causando una deformazione percettiva per cui diviene più interessante mostrare ciò che si sta facendo piuttosto che restare in contatto con la realtà del momento e le emozioni che suscita. Lungi dal prospettare che l’utilizzo dei social media causi una perdita collettiva di interesse verso la vita “vera”, a favore di uno spostamento “virtuale”, sarebbe certamente auspicabile, già dalla tenera età, iniziare a coltivare la sensibilità alle emozioni e al presente per fare esperienze, utilizzando i dispositivi digitali e i canali web come valore aggiunto non sostitutivo.

Una passione in rosa
In Italia sono le donne a scattare più selfie degli uomini, con finalità ludica e comunicativa e con la speranza di ricevere commenti positivi dagli amici sui social network.

Parola dell’anno nel 2015
Il fenomeno selfie è iniziato nel 2004, quando un utente di Flickr, piattaforma per la condivisione di foto, ha usato il termine per la prima volta. Nel giro di pochi anni è stato un vero e proprio boom, al punto che nel 2013 la parola selfie è stata inserita nell’Oxford Dictionary, come parola dell’anno. L’italiano Zingarelli ha aggiunto il termine nell’edizione 2015.

Selfie, dall’inglese self, tradotto “se stesso”, significa autoritratto fotografico eseguito con uno smartphone tenendolo in mano ”

- a cura di MARIA CASTELLANO
con la collaborazione della DOTT.SSA ELEONORA CASTELLI
Psicologa Consulenza per il bambino e la famiglia

disegno di Adriano Merigo

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