Miniatura. Un’arte minore piena di sorprese

miniatura

Lo psicologo Simone Algisi racconta la sua insolita passione. 
Disegnare miniature medioevali nel 2017 è un’attività da “topo di biblioteca”, un esercizio minuzioso e poco creativo? In realtà dietro questa “arte minore” esiste un mondo difficile da immaginare. Ce ne apre le porte Simone Algisi, psicologo specializzato in disturbi dell’apprendimento, che nel tempo libero coltiva questa passione. «Pochi sanno che per disegnare le miniature si usano materiali che non si trovano in un colorificio. A parte la pergamena, che è il supporto dell’illustrazione e pochi altri articoli, quasi tutto deve essere reperito in natura o preparato. Si devono ricostruire gli stessi colori, leganti, lacche, inchiostri usati anticamente, quindi bisogna andare nei boschi a cercare le “bacche tintorie”, i fiori di Iris, procurarsi certe terre, prendere la segatura di legni pregiati nel laboratorio di un liutaio... Poi serve essiccare, macinare, combinare i materiali raccolti. Si deve essere un po’ botanici, un po’ mineralogisti, un po’ alchimisti. Un originale mix di competenze che s’impara poco a poco, scoprendone i segreti nella letteratura e con l’indispensabile aiuto di un maestro. Reperito tutto il materiale viene il lavoro di illustrazione vero e proprio, ma l’opera finita è la somma di tutto il processo, non esiste un disegnatore di miniature che si limita alla parte grafica».

Simone si è avvicinato all’arte della miniatura anni fa un po’ per caso. Già dipingeva quadri, una passione coltivata fin da giovane al di fuori degli studi al liceo scientifico e poi alla laurea in psicologia. Per caso s’imbatte nel volantino di un corso a Borca di Cadore, un paesino vicino a Cortina d’Ampezzo dimenticato dai turisti. In Cadore ha la fortuna di conoscere uno straordinario maestro, uno dei più grandi esperti europei, Klaus Peter Schaeffel, calligrafo e miniatore tedesco residente a Basilea. «Se dovessi definirlo lo chiamerei un Leonardo da Vinci dei nostri tempi» racconta lo psicologo. «Una personalità affascinante che mi ha introdotto al mondo della miniatura. Il viaggio di ritorno da Borca a Bergamo è stato un’odissea: la centralina elettronica della mia Panda dava i numeri, se mi fermavo avevo bisogno di aiuto per ripartire, non sto a raccontare tutte le peripezie, ma se ci ripenso questo viaggio è stato un po’ una premonizione. Nella miniatura il percorso per arrivare all’opera compiuta è lungo, tortuoso e a volte inaspettato, non si può avere fretta e bisogna essere pronti a rinunciare alla perfezione».

Una domanda che nasce spontanea nel profano è “disegnare miniature oggi perché e per chi?”. La prima banale risposta è “per se stessi”, risposta che a ben vedere vale per molte delle passioni sia artistiche sia sportive che un po’ tutti coltiviamo. Ma nel caso della miniatura ci sono alcuni aspetti che vanno oltre questo piacere e rendono la passione quasi una “auto-terapia”. La lunga preparazione educa all’accettazione dell’attesa, dell’incertezza, dell’imprecisione. La miniatura, a differenza del quadro, non è mai firmata, è una forma d’arte meno egocentrica e narcisista. Spesso, soprattutto nell’aspetto calligrafico, si deve sottostare a regole, canoni, con umiltà. Ma l’apice dell’aspetto terapeutico è la doratura: si devono fare aderire dei piccoli foglietti d’oro a una base che li ancora solo se appena inumidita dall’alito del miniatore. Il lavoro si traduce quindi in una sequenza ritmica di soffio e di gesti che l’avvicina alla meditazione.

«Le miniature possono essere esposte in mostre, commissionate come doni esclusivi e ricercati, come avveniva per i libri d’ore (n.d.r. preziose raccolte di preghiere per i diversi periodi dell’anno, destinati a committenti di alto rango)» spiega lo psicologo. «Mi è capitato però anche di miniare la prima pagina di una tesi in teologia, di realizzare le miniature del Battesimo per l’Ufficio Catechistico della Diocesi di Bergamo, pubblicate nel volume Itinerario Battesimale (Ed. San Paolo) ed esposte per un certo periodo anche nella Basilica di S.M.Maggiore in Città Alta. Poi c’è tutta un’attività che potrei definire didattica. Per due anni sono stato relatore al festival “Bergamo Scienza” dove sono stati organizzati dei laboratori pratici in cui si entrava in contatto con i materiali e si potevano sperimentare alcune fasi del processo di miniatura. Periodicamente propongo attività simili in collaborazione con biblioteche o librerie e le porto anche nelle scuole, di solito elementari».

Il laboratorio nelle scuole per Simone è un momento particolare, in cui in un certo senso la sua professione si fonde con la passione di miniatore. «Mi piace vedere lo stupore e l’entusiasmo dei bambini quando presento la penna d’oca che usiamo per disegnare. Nonostante siano “digitali nativi” amano lavorare con le mani, rimestare una terra nel pestello. Il grande valore di questi laboratori è mostrare un’opera che sembra molto complessa e provare loro che sono in grado di raggiungere quel risultato con le loro forze. L’educazione nella nostra società è spesso marcata dall’ipercognitivismo, cioè da un metodo che privilegia il lavoro di apprendimento razionale rispetto a quello procedurale (ad esempio l’allenamento che è indispensabile perché la scrittura diventi un atto non più faticoso). A volte mi trovo a valutare bambini con difficoltà di lettura o scrittura che non hanno effettivi disturbi di apprendimento, ma semplicemente non hanno avuto modo, per più motivi, di “allenarsi” quanto servirebbe».

a cura DI LELLA FONSECA

foto ©Francesco Giarrusso

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